Daniele Tona – giugno 2014

Impronta di dinosauro a Cava San Leonardo

Impronta di dinosauro a Cava San Leonardo

Daniele Tona esperto di dinosauri

Daniele Tona

Anche quest’anno, nei giorni 11, 12 e 13 giugno, la Società Paleontologica Italiana si è riunita per il suo congresso annuale, che per la quattordicesima edizione ha scelto come sede la città di Bari. Nel Salone degli Affreschi del Palazzo Ateneo, presso l’Università degli Studi “Aldo Moro”, comunicazioni orali e poster hanno illustrato le ultime novità da parte della comunità paleontologica del nostro paese. Come ormai è una ricorrenza annuale, anche nel 2014 Scienzafacile era presente nella persona del sottoscritto, che in queste poche righe vi riporterà i fatti più salienti della tre giorni paleontologica pugliese.

Il primo giorno del congresso, mercoledì 11 giugno, è stato interamente dedicato alle comunicazioni orali, intervallate da tre interventi a invito: il primo, di Antonietta Cherchi dell’Università di Cagliari, ha inaugurato i lavori presentando uno studio sui trend evolutivi dei foraminiferi orbitolinidi della piattaforma Apula durante il Cretaceo Inferiore, e la loro importanza come strumenti per la correlazione biostratigrafica nell’area della Tetide. Giorgio Manzi, dell’Università La Sapienza di Roma, ha aperto la seconda sessione illustrando le ricerche svolte sui resti dell’uomo di Altamura, uno scheletro umano rinvenuto in una grotta che tra l’altro ha riguardato una delle tappe dell’escursione (ma torneremo più avanti su questo). La terza comunicazione, in apertura della sessione pomeridiana, ha visto invece Cristiano Dal Sasso del Museo di Storia Naturale di Milano descrivere i risultati del lungo e accurato studio di Scipionyx samniticus, il cucciolo di dinosauro noto al grande pubblico come Ciro, per quello che riguarda la preservazione delle parti molli – ancor più incredibile di quanto si pensasse in partenza – e dei resti delle prede trovate nelle sue viscere.

Scipionyx samniticus - detto Ciro

Scipionyx samniticus – detto Ciro

Le comunicazioni orali hanno coperto come sempre una vasta gamma di gruppi tassonomici, epoche e località, spaziando nell’arco delle quattro sessioni da lavori descrittivi come quelli sul rinoceronte Stephanorhinus, sul pesce syngnathoide Gasterorhamphosus, sull’evoluzione del gatto selvatico e sui coralli pleistocenici calabresi, ad altri più mirati a studi paleoclimatici e paleoambientali tramite l’impiego dei fossili, soprattutto microfossili come foraminiferi, diatomee o pollini ma anche macrofossili come bivalvi e brachiopodi; alcuni di questi studi hanno riguardato contesti molto vicino a noi nel tempo – parliamo dell’Olocene quindi grossomodo dell’ultimo milione di anni – e sono arrivati addirittura in epoca storica come un lavoro sui sedimenti dell’antico Porto di Traiano, laddove altri hanno invece toccato epoche più remote come gli eventi anossici durante il periodo Cretaceo; in alcuni casi lo stesso sito è stato trattato da varie comunicazioni che si sono soffermate su differenti suoi aspetti: un esempio è la Formazione Pisco del Mio-Pliocene del Perù, che durante la prima giornata è stata oggetto di una comunicazione riguardante i vertebrati marini rinvenuti in essa (fra cui soprattutto i cetacei) e di un’altra sui depositi diatomitici della stessa unità, a cui si è poi aggiunta una terza presentazione l’ultimo giorno stavolta focalizzata sui cetacei della famiglia degli Ziphiidae.

Una comunicazione in particolare merita una menzione per il tipo di lavoro illustrato, riguardante i due siti pleistocenici di Coste San Giacomo e Fontana Ranuccio nel bacino di Anagni. L’Istituto Italiano di Paleontologia Umana ha infatti realizzato un’applicazione per smartphone (al momento disponibile solo per sistemi iOS e reperibile su Itunes col nome IsIPU) che fornisce una guida virtuale dei due siti, con modelli a tre dimensioni degli animali rinvenuti e ricostruzioni a realtà aumentata dell’ambiente in cui sono vissuti. Mi permetto di soffermarmi su di essa, tra tante ricerche presentate, per il suo grande potenziale come strumento di divulgazione, in quanto riesce a dare all’utente molte informazioni in modo esaustivo ma soprattutto accattivante, anche per chi non ha una conoscenza accademica dell’argomento o semplicemente non ha tempo o voglia di immergersi nella lettura di una lunga trattazione; in questo modo anche chi è un semplice appassionato può documentarsi senza che sfilze di termini tecnici rischino di ostacolare la sua comprensione. Sarebbe bello se ogni sito paleontologico, italiano e non, disponesse di analoghi mezzi per raccontare al grande pubblico la sua storia e i tesori sotto forma di fossili che ospita, di modo da rendere davvero fruibile a tutti una disciplina come la paleontologia che già di per sé suscita meraviglia e interesse anche nell’uomo della strada.

Ma torniamo al congresso e più precisamente alla seconda giornata, dedicata all’escursione sul terreno che ha coperto il territorio delle Murge a ovest di Bari. Volendo dare un piccolo inquadramento geologico dell’area, le Murge sono una serie di ampi horst e graben (ossia rilievi del territorio separati l’uno dall’altro da scarpate e aree a quota più bassa); il ripiano più elevato è noto come Alta Murgia ed è ricco di forme carsiche fra cui doline (qui chiamate “puli”) spesso di diametro e profondità molto elevati; è inoltre qui che sono ubicati il terzo e il quarto stop della giornata. Quelli che discendono via via di quota verso la costa adriatica sono invece le Murge Basse, dove si sono svolti i primi due stop. Le Murge, e più in generale l’intera Puglia, rappresentano le vestigia della placca Apula o Adria, una propaggine della placca Africana formatasi nel Paleozoico Superiore. Durante il Mesozoico la placca Apula era un margine continentale passivo presso cui si svilupparono delle piattaforme carbonatiche, una delle quali, la Piattaforma Apula, è oggi ravvisabile nei vari ammassi calcarei pugliesi tra cui anche le Murge. Nel corso dei milioni di anni la tettonica e le fluttuazioni del livello del mare portarono all’emersione delle piattaforme, creando aree in cui animali di terraferma come i dinosauri potevano transitare lasciando impronte come quelle oggetto del secondo stop. Alla fine del Cretaceo la Piattaforma Apula emerse e divenne un’area continentale interessata da carsismo; dal Miocene Inferiore divenne l’avampaese della catena appenninica in formazione più a ovest, e interessata dalla conseguente tettonica si inarcò dividendosi in vari blocchi rilevati che oggi sono il Gargano, le Murge e il Salento, intervallati dalle aree ribassate del Graben dell’Ofanto e della Piana di Brindisi. Una subsidenza regionale nel Pliocene fece poi sprofondare l’area, che divenne un arcipelago i cui fondali vennero in seguito colmati da sedimenti carbonatici e terrigeni fino al successivo sollevamento, circa un milione di anni fa. Dal punto di vista litologico le Murge sono una successione carbonatica spessa circa 3 km di calcari e dolomie, il cui colore va dal bianco al grigio fino al nocciola. Le fasi di emersione che hanno interessato la successione hanno formato bauxiti la cui età è datata al Turoniano (Cretaceo Superiore); esse hanno permesso di distinguere le due formazioni del Calcare di Bari (Calloviano–Turoniano Inferiore?), dove si collocano le rocce viste nei primi due stop, e del soggiacente Calcare di Altamura (Turoniano Superiore–Maastrichtiano).

Cava Colonnella

Cava Colonnella

Il primo stop della giornata è stato alla Cava Colonnella, nella zona nordorientale delle Murge. In questa cava affiora una porzione del Calcare di Bari spessa circa 16 metri dove si osserva il contatto tra due delle sottounità del Calcare di Bari. La parte più bassa è data dal cosiddetto Membro dei calcari a palorbitoline, in particolare dalla sua parte sommitale; si tratta di facies caratterizzate dall’abbondanza di foraminiferi del gruppo degli orbitolinidi e da noduli dell’alga calcarea Bacinella irregularis, la cui età è stata attribuita alla fine dell’Aptiano Inferiore in virtù dell’associazione a foraminiferi presente comprendente forme appartenenti alle linee filetiche dei generi Praeorbitolina e Palorbitolinoides. I livelli ben stratificati a foraminiferi sono sormontati da una seconda sottounità definita Membro dei calcari a “Caprinidae”; in questo caso si hanno calcari costituiti da mounds a rudiste, ossia strutture formate dal progressivo accumulo dei gusci di un peculiare gruppo di bivalvi caratterizzato da una valva più grande di forma conica e l’altra più piccola modificata in opercolo; i mounds erano formati principalmente da comunità di Glossomyophorus costatus che vivevano semi-infossate nel sedimento, ma sono stati riconosciuti frammenti di caprinidi del genere Offneria provenienti da aree più marginali della piattaforma, trasportati sul posto dalle onde di tempesta.

Il secondo stop si trova non molto lontano dal precedente, alla Cava San Leonardo nei pressi di Molfetta. Si tratta di una cava in cui affiora una successione carbonatica di circa 20 metri di potenza, anch’essa appartenente al Calcare di Bari e inserita in un intervallo stratigrafico datato all’Albiano Inferiore per via della presenza dei foraminiferi Cuneolina pavonia e Praechrysalidina infracretacea. In questa successione sono state riconosciute due tipologie principali di facies: la prima è una facies di energia relativamente alta, prevalente nei 6 metri più bassi della successione e nel metro più sommitale, costituita da clasti della classe granulometrica della sabbia (tra 2 mm e 63 micron di diametro) rappresentati principalmente da peloidi, foraminiferi bentonici e da più rari frammenti di gusci di bivalvi, con una scarsa matrice spesso sostituita da cemento microcristallino; questa facies presenta stratificazioni incrociate a vario angolo, con i singoli strati a loro volta composti da laminazioni incrociate attribuite a dune sottomarine. La seconda facies si osserva per lo più nella parte medio-alta della cava ed è interpretata come una facies di energia relativamente bassa la cui sedimentazione è caratterizzata da un’abbondante matrice micritica in cui sono dispersi peloidi e foraminiferi; in questo caso la stratificazione è piano-parallela, con occasionali brecce da disseccamento che indicano una temporanea emersione del fondale. Si è ipotizzato che l’ambiente di deposizione fosse una piattaforma molto estesa e con inclinazione molto bassa, tale da avere una zona di interazione tra le onde e il fondale molto lontano dalla costa dove si depositava la facies ad alta energia, che rimaneva tendenzialmente sotto il livello del mare anche durante le fasi di stazionamento basso di quest’ultimo; questa zona di shoal divideva la piattaforma esterna da quella interna, e si presume che in quest’ultima si depositasse la facies di bassa energia che poteva poi emergere temporaneamente durante gli abbassamenti eustatici. Dal punto di vista prettamente paleontologico l’aspetto più significativo e spettacolare della Cava San Leonardo sono le impronte di dinosauri che costellano gran parte della superficie di strato più alta della successione. Si distinguono due tipi di impronte: le prime, di forma tridattila, sono meglio definite, organizzate in brevi piste e l’identità di chi le ha prodotte può essere grossomodo ristretta a due gruppi di dinosauri: i teropodi e gli ornitopodi, sebbene la morfologia più lunga che larga, il margine posteriore stretto e allungato e il segno degli artigli ricurvi fa propendere nettamente verso i teropodi. Queste impronte hanno una lunghezza compresa tra 30 e 38 centimetri e una larghezza massima tra i 26 e i 35 cm, con un passo di circa 1 m; gli animali che le hanno prodotte erano quindi di taglia medio-piccola. L’altro tipo di impronta è di forma ovoidale o subcircolare e non è organizzata lungo una pista ordinata, ma piuttosto su un’ampia superficie di calpestio con un’elevata densità di tracce; queste impronte sono in genere mal definite, e ciò rende difficile attribuirle con sicurezza a una taxon specifico come possibili track makers al di là di definirli come generici dinosauri sauropodi o ornitischi quadrupedi. Esiste poi un terzo tipo di traccia, una struttura a forma di L caratterizzata da segni arcuati a distanza regolare in un sedimento che risulta fortemente rimaneggiato, soprattutto nel punto dove la traccia vira ad angolo retto. Per quanto non si abbia idea di cosa abbia prodotto quella traccia, né il come o il perché, tutto ciò che per il momento è possibile dire è che è di origine biologica. Sul sito qualcuno ha scherzosamente suggerito i vermoni scavatori del film Tremors, ma chissà, alle volte la realtà supera di gran lunga l’immaginazione…

Da un’interpretazione dell’ambiente di formazione delle impronte emerge che la superficie interessata non presenta segni di esposizione subaerea come in altri strati della successione; si pensa quindi che si trattasse originariamente di uno shoal che durante una fase di stazionamento basso del livello del mare era sotto un velo d’acqua abbastanza profondo da rimanere costantemente sommerso, ma non così alto da impedire ad animali strettamente terrestri come i dinosauri di muoversi lungo di esso, anche in branchi o comunque con una certa frequenza.

Lo stop successivo, dopo la pausa pranzo in quel di Trani, si è tenuto a Lamalunga nell’Alta Murgia, non lontano da Altamura. Questa località è nota per il complesso di grotte dove, nel 1993, sono stati trovati resti umani appartenuti al cosiddetto Uomo di Altamura. Si tratta di uno scheletro in connessione anatomica quasi completa grazie a un trasporto quasi nullo dopo la morte, anche se il recupero delle ossa è reso alquanto problematico dall’essere ormai inglobato nelle concrezioni calcaree formatesi dopo la sua messa in posto (l’effetto visivo è peraltro abbastanza inquietante, a parer mio). Sono stati tuttavia recuperati frammenti ossei da una scapola la cui datazione ha permesso di stabilire un’età compresa tra 40.000 e 350.000 anni fa. L’analisi morfologica ha attribuito lo scheletro a un Homo neanderthalensis, l’uomo di Neandertal; si pensa che lo scheletro appartenga a un individuo che è caduto nella grotta attraverso una fenditura – probabilmente la stessa in cui sono precipitati gli animali dei quali sono state rinvenute le ossa – e abbia vagato per i cunicoli in cerca di un’uscita fino a giungere a un vicolo cieco, dove alla lunga il poveretto è morto per inedia e dove le sue ossa hanno riposato fino al loro ritrovamento. L’escursione del congresso non ci ha portato dentro la grotta, che è accessibile solo calandosi dall’alto con equipaggiamento da speleologia, bensì al Centro Visite del sito, dove ci sono computer che permettono una visita virtuale della grotta e uno schermo che riproduce un filmato illustrativo sul sito e sulla scoperta dello scheletro umano; una sala ospita poi una vasta raccolta di fossili di varie luoghi ed epoche, non strettamente legati al sito ma con lo scopo di dare ai visitatori un’idea della varietà e della diversità del record fossile, questo anche grazie all’ausilio di pannelli descrittivi; nulla che i più esperti dell’argomento non conoscono già, ma ho notato che la collezione di fossili ha comunque creato un certo interesse.

Pulo di Altamura

Pulo di Altamura

Quarta e penultima tappa dell’escursione è stato il Pulo di Altamura. Non è un sito paleontologico in senso stretto: come già detto in precedenza, “pulo” è il termine locale per intendere le doline, depressioni del territorio prodotte dal carsismo; ebbene, il Pulo di Altamura è gigantesco: con una larghezza che arriva a 500 metri lungo l’asse maggiore e una profondità di 90 metri, sembra più un cratere meteorico che il risultato dell’azione della dissoluzione e dello sprofondamento di un substrato carbonatico. L’ipotesi più accreditata sulla formazione del Pulo lo vede svilupparsi in una fase in cui L’Alta Murgia era un’isola caratterizzata dalla formazione di cenotes come quelli dell’odierna America centrale, ossia grotte carsiche a cielo aperto in cui l’accumulo delle acque dolci formava dei piccoli laghi; l’abbassamento della superficie piezometrica e il sollevamento dell’area ha portato all’approfondimento della dolina e al suo successivo riempimento da parte dei detriti. Un fatto interessante è che le pareti del Pulo intersecano varie grotte ad altezze differenti, portate alla luce dal collasso del Pulo e formatesi precedentemente ad esso in momenti in cui la superficie piezometrica era più alta rispetto ad oggi, pari o addirittura al di sopra della superficie topografica; si osservano anche dei pozzi verticali che invece si sarebbero evoluti in presenza di una superficie piezometrica molto più bassa, a livello o sotto il fondo della dolina.

L’escursione si è conclusa col ritorno a Bari e la visita al museo ospitato dal Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università di Bari. In occasione del congresso nel museo è stata allestita una mostra che espone il lavoro della Professoressa Elena Luperto Sinni, studiosa di foraminiferi bentonici mesozoici, con immagini dei generi e della specie da lei istituiti in quasi quarant’anni di ricerca tra la fine degli anni ’60 e il 2000. Oltre a ciò, sempre grazie al congresso era esposto Scipionyx; a quanto pare, in origine l’esemplare in mostra doveva essere nientemeno che l’originale, ma per vari motivi su cui sorvoleremo è stata resa disponibile una copia che non ha comunque impedito di ammirare da vicino questo rimarchevole fossile. Ovviamente va menzionata la vasta collezione del museo e tutto l’apparato didattico e divulgativo correlato ai fossili visibili al pubblico; credo che, a prescindere dal settore paleontologico studiato, tutti i partecipanti al congresso abbiano avuto il proverbiale pane per i loro denti partendo dai foraminiferi, passando per i bivalvi e i pesci, fino a dinosauri e mammiferi (anche molto grandi, l’esemplare più grande è una balena lunga 11 metri) e tutto quel che ci sta in mezzo. Unico piccolo appunto è che non tutte le targhette identificative erano corrette e bisognerebbe rimediare, sono piccole cose ma quando ci si rivolge anche ai non addetti ai lavori è bene evitare di confondere loro le idee.

Sala degli Affreschi

Sala degli Affreschi

Arriviamo quindi al terzo e ultimo giorno di congresso, che come il primo si è tenuto nella Sala degli Affreschi ed è stato dedicato alle comunicazioni. La giornata si è aperta col contributo dei ragazzi di Palaeontologist in Progress (in breve PaiP), l’iniziativa dei giovani soci della SPI che accompagna il congresso ufficiale. Quest’anno il PaiP ha presentato un’intervista a due studiosi: Luca Bindi dell’Università di Firenze e Danilo Mainardi dell’Università di Venezia, noto anche per aver partecipato per molti anni a Superquark con la rubrica dedicata al comportamento degli animali. Durante l’intervista hanno parlato delle proprie esperienze come ricercatori, a cominciare da cosa li ha ispirati a diventare scienziati, e soprattutto hanno rivolto un incoraggiamento ai giovani che vogliono intraprendere la stessa carriera. Un invito che condivido anch’io, perché i tempi sono grami ma il futuro è nelle mani dei giovani, e poiché saranno loro a portare avanti la missione di espandere le nostre conoscenze è giusto e doveroso incoraggiarli a non mollare a dispetto di quanto sia difficile inseguire le proprie aspirazioni.

Con la proiezione del filmato si è aperta le prima delle tre sessioni della giornata, in cui gli argomenti toccati hanno compreso bivalvi, conodonti iraniani, gasteropodi, pesci clupeoidi, ammonoidi dal Nevada, studi icnologici (uno sul Bos pleistocenico e l’altro sugli arcosauri) e vari lavori su ricostruzioni paleoambientali. Durante l’ultima sessione si è tenuta l’assemblea dei soci, invero più rapida rispetto alle edizioni precedenti. Dopo gli avvisi di circostanza che vi risparmio sono stati premiati i quattro vincitori del concorso riservato ai giovani paleontologi, divisi tra comunicazioni orali e poster e tra macrofossili e microfossili; qui mi sento in dovere di menzionare due dei vincitori visto che si tratta di miei amici, e nel farlo porgo le mie congratulazioni a loro e agli altri due vincitori Katia Carbonara e Federica Marrano: si tratta della comunicazione di Giuseppe Marramà, sui pesci clupeoidi dell’Eocene di Bolca, e il poster di Giovanni Scanu, Carla Buosi e colleghi sull’applicazione dell’analisi palinologica nello studio di una grotta della Sardegna abitata da una comunità umana dell’Età del Bronzo. Ultimo ma non ultimo, è stata annunciata la candidatura per la sede del convegno del prossimo anno, che si terrà a Palermo.

In conclusione posso affermare con piacere che anche questa edizione delle giornate SPI si è dimostrata una splendida esperienza. Gli argomenti trattati sono stati tanti e tutti molto interessanti, e hanno senza dubbio soddisfatto l’interesse di specialisti di tutte le branche della paleontologia; inoltre anche quest’anno i giovani sono accorsi numerosi, anche dall’estero, tanto che ormai direi che costituiscono il grosso dei partecipanti. E’ una conferma del successo di questo evento, che speriamo prosegua su questa strada nelle edizioni a venire.

Per chiudere con un’ultima nota di colore, rispetto alle edizioni precedenti il comitato organizzatore ha voluto aggiungere una connotazione più turistica al congresso, invitando i partecipanti a un giro guidato dei vicoli di Bari vecchia al termine del primo giorno di lavori seguito dalla cena sociale su una terrazza in riva al mare al circolo canottieri della città, mentre l’escursione ha visto una sosta a Trani con visita al Duomo cittadino e il successivo pranzo in riva al mare in un ristorante lì accanto. Quasi superfluo dire che, come da tradizione nei congressi paleontologici, le pause pranzo e caffè sono sempre state ottime e abbondanti, con molti piatti tipici pugliesi sia dolci che salati con cui rimpinzarsi; il doppio giro di ogni portata è stato praticamente un obbligo per me. Il clima infine è stato clemente, una sorta di rivincita dopo le condizioni meteo disastrose (del tipo temperature da novembre a fine maggio) che hanno flagellato il convegno di Perugia del 2013, e per tutta la durata del soggiorno a Bari abbiamo goduto di un tempo stupendo con cielo sereno e sole estivo. Speriamo che vada altrettanto bene a Palermo l’anno venturo!

Per chiudere, un consiglio a chi tra voi lettori ama i fossili come me e come tutti quelli che hanno preso parte al convegno: iscrivetevi alla Società Paleontologica! Non costa molto e potrete entrare a far parte della comunità paleontologica italiana. Non serve essere laureati e men che meno professori, basta avere una grande passione per la vita sulla Terra e la sua lunga storia che i fossili ci raccontano. E poi una volta l’anno ci si trova, ci si diverte, si mangia e si beve in quantità!

Trovate informazioni e le modalità per iscriversi su http://paleoitalia.org/

luglio 2014