Daniele Tona – 22 giugno 2016

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Com’è ormai un appuntamento fisso, anche quest’anno Scienza facile era presente alle Giornate di Paleontologia, organizzate ogni anno dalla Società Paleontologica Italiana per dar modo ai suoi soci di riunirsi e presentare al resto della comunità paleontologica le loro ricerche.

La XVI edizione del congresso, tenutasi dal 25 al 27 maggio 2016, è stata organizzata dall’Università degli Studi di Firenze in collaborazione con il Museo Civico di Scienze Naturali “Malmerendi” di Faenza, sede del congresso. Questa struttura è nata nel 1980 a seguito dell’acquisizione della collezione ornitologica e entomologica di Domenico Malmerendi a cui è intitolata, ed conserva sia la suddetta collezione sia una vasta raccolta di fossili risalenti all’ultimo milione di anni di storia del territorio faentino; è nelle sue sale che si sono tenute le sessioni di comunicazioni orali così come l’esposizione dei poster presentati dai partecipanti al congresso.

 

E’ ormai una tradizione nella tradizione che il congresso vero e proprio sia anticipato dalla tavola rotonda di Palaeontologist in Progress, organizzata e dedicata ai giovani ricercatori per esprimere le loro idee e proposte per il futuro della disciplina.

Quest’anno il dibattito è stato un po’ più breve rispetto agli anni passati, ed ha gravitato soprattutto su una problematica significativa, vale a dire il riconoscimento della figura del paleontologo e più in generale del professionista nell’ambito dei Beni Culturali, e di conseguenza la necessità di porre dei requisiti in termini di titolo di studio per garantire l’accesso ai concorsi pubblici (e quindi ai posti di lavoro) in primo luogo a chi li soddisfa ed ha perciò le competenze adatte a svolgere quel lavoro.

Il motivo per cui quest’anno la tavola rotonda ha avuto una durata minore e meno argomenti è che parte della giornata è stata dedicata a un’escursione sul terreno. Meta dell’uscita è stata la Grotta della Tanaccia in località Brisighella, visitata grazie alla guida e all’assistenza del Gruppo Speleologico Faentino. La Tanaccia è una grotta particolare poiché si è sviluppata non attraverso i calcari come accade nella maggior parte dei casi, bensì attraverso i depositi di gesso che formano i rilievi della zona di Faenza. Durante l’escursione è possibile osservare l’azione dell’acqua sugli strati di solfato di calcio e le cavità e le strutture che l’azione combinata di dissoluzione e deposizione hanno creato nel corso del tempo; attenzione, però, perché chi fosse interessato è bene che sappia che non è una tranquilla camminata lungo grotte ampie e ben illuminate, ma un’escursione attraverso cunicoli e passaggi anche piuttosto stretti, che richiede l’uso di caschi, torce e un adeguato equipaggiamento.

 

Nonostante gli acciacchi e i crampi dovuti all’avventurosa esplorazione della grotta (o almeno, questa era la situazione di chi scrive), mercoledì 25 maggio i “PaiPeristi”, come noi si è soliti chiamarsi, si sono riuniti al resto dei congressisti per la prima giornata di comunicazioni presso il museo. Come sempre, per questioni di spazio posso solo limitarmi a una rapida carrellata dei molti lavori presentati, ma spero che ciò basti a rendere l’idea della varietà di ambiti di cui si occupa la comunità paleontologica italiana.

Il congresso si è aperto con i saluti del presidente e delle autorità locali, dopo di che Edoardo Martinetto ha inaugurato i lavori con una relazione a invito sui resti di piante della cosiddetta Vena del Gesso. Questa unità, e più in generale il Miocene Superiore durante il quale essa si è depositata, è stata oggetto di numerose comunicazioni riguardanti l’erpetofauna, l’ittiofauna e più in generale il contesto paleoambientale dell’epoca riferito sia all’area mediterranea sia ad altre parti del mondo (come la regione di Al Gharbia negli Emirati Arabi, la Formazione Pisco del Perù). C’è stato comunque modo di spaziare su molti altri argomenti e categorie tassonomiche, con lavori sui coccodrilli americani e la loro origine, l’endocranio dei placodermi, felidi e orsi delle caverne, i brachiopodi e le loro diverse strategie di vita, molluschi olocenici e triassici, i coralli e la loro sistematica, foraminiferi del Pliocene, la famosa fauna eocenica di Bolca, palinostratigrafia del Mesozoico della Sicilia e altro ancora. Non solo studi di anatomia pura, quindi, ma anche di paleoecologia e stratigrafia, e soprattutto un uso sempre più diffuso di tecniche di indagine quali la TAC o le nanotecnologie, a dimostrare che anche se i paleontologi studiano le vestigia del passato non significa che il modo con cui le studiano debba restare ancorato al passato!

 

La seconda giornata di congresso è quella tradizionalmente dedicata all’escursione sul terreno, tenutasi quest’anno giovedì 26 maggio. Le tre tappe dell’escursione di quest’anno hanno toccato tre parti della successione stratigrafica caratteristica dell’Appennino romagnolo depostasi tra la fine del Miocene e l’inizio del Pliocene, cioè tra poco meno di 8 e 5 milioni di anni fa.

Dal punto di vista litostratigrafico la successione è composta da quattro unità principali: la più antica è la Formazione Marnoso-arenacea, formata da torbiditi silicoclastiche di mare profondo che, a cavallo del limite Tortoniano-Messiniano (circa 7,2 milioni di anni fa) diventano peliti finemente laminate e ricche di sostanza organica denominate “peliti eusiniche”.

Sopra alla Formazione Marnoso-arenacea si trova la Formazione Gessoso-solfifera, che nella Romagna occidentale prende il nome di Vena del Gesso; essa è data da depositi evaporitici che rappresentano l’importante evento chiamato “crisi di salinità messiniana”, avvenuto quando il movimento delle placche portò alla temporanea chiusura dello stretto di Gibilterra e quindi all’interruzione del collegamento tra Mar Mediterraneo e Oceano Atlantico; storicamente si pensava che in tale periodo di isolamento il Mediterraneo si fosse lentamente prosciugato fino al suo totale disseccamento per evaporazione delle sue acque, e gli spessi depositi evaporitici di salgemma, gesso e altri sali sarebbero il risultato di tale prosciugamento. Un modello più recente ipotizza invece che il Mediterraneo non fosse del tutto sigillato, ma che comunicasse limitatamente con altre masse d’acqua come il Mar Rosso e in minima parte anche con l’Atlantico; il livello del mare era quindi molto più basso rispetto a oggi perché l’acqua persa per evaporazione era maggiore dell’acqua ricevuta dall’esterno, ma gli influssi periodici che giungevano da est e in parte anche da uno stretto di Gibilterra non del tutto occluso permettevano al Mediterraneo di non prosciugarsi del tutto. Secondo questo modello il Mediterraneo era quindi una sorta di grande salina, dove ciclicamente il livello del mare si abbassava per evaporazione depositando le evaporiti, per poi innalzarsi nuovamente in un secondo momento con l’apporto da altre masse d’acqua; il risultato è lo sviluppo di una serie di cicli evaporitici, dei quali ne sono stati contati ben 16 nella Vena del Gesso corrispondenti a un intervallo di tempo che va da 5,96 a 5,61 milioni di anni fa; ogni ciclo è dato da vari strati di cristalli di gesso grandi e ben definiti alla base che verso l’alto passano a microcristalli man mano che la concentrazione di ioni disciolti nell’acqua diminuiva; questi ultimi lasciano il posto a sottili livelli pelitici e talvolta fossiliferi depositati durante la fase di emersione, che a loro volta venivano ricoperti da un nuovo strato evaporitico una volta che il livello del mare risaliva.

Alla Formazione Gessoso-solfifera segue la Formazione a Colombacci, data da litologie di ambienti continentali, deltizi e lagunari sviluppatisi durante la fase finale del Messiniano ai margini di un Mediterraneo che iniziava a riempirsi col concludersi della “crisi di salinità”; il nome deriva dal colore grigiastro dei calcari lacustri osservati in alcune successioni di bacino marginale della Roamgna orientale. Infine, col passaggio al Pliocene 5,33 milioni di anni fa, inizia la deposizione della Formazione ad Argille Azzurre, rappresentata da peliti di mare profondo che evidenziano il ritorno a condizioni francamente marine una volta che il collegamento con l’Atlantico si è del tutto ripristinato; come si vedrà nel terzo stop dell’escursione, questa unità pelagica localmente passa a conglomerati di riempimento di paleocanale, a torbiditi arenacee o a carbonati di piattaforma.

 

Il primo stop è stato a Cava Monticino presso la cittadina di Brisighella, in provincia di Ravenna. Il sito era originariamente una cava in cui veniva estratto il gesso, ma nel 1985 Antonio Benericetti trovò dei resti fossili nel riempimento argilloso di alcune fessure nei depositi di gesso, il che portò all’interruzione dell’attività di estrazione del gesso per far spazio al recupero dei fossili nel corso degli anni successivi e quindi, nel 2006, all’istituzione di un parco-museo geologico per preservare questo importante sito paleontologico.

L’affioramento di Cava Monticino espone il passaggio dalle unità evaporitiche messiniane deformate da un evento tettonico avvenuto 5,6 milioni di anni fa alle Argille Azzurre plioceniche; osservando da una certa distanza (e il sentiero lo permette, poiché conduce a un punto panoramico che domina l’intero fronte di cava) si possono vedere bene i livelli evaporitici con un’inclinazione di circa 60° sovrastati dalle argille la cui giacitura è molto meno inclinata e si attesta sui 20°. Questa differenza di giacitura, unita al profilo irregolare del limite tra le due unità, è definita discordanza angolare.

In mezzo ai due banchi di strati si trova il motivo principale dell’importanza di Cava Monticino dal punto di vista paleontologico. Prima della deposizione delle Argille Azzurre, infatti, la Vena del Gesso già deformata dalla tettonica andò incontro a emersione alla fine del Messiniano; poiché il solfato di calcio, ossia il gesso, è molto solubile in acqua la sua esposizione lo ha reso molto suscettibile a fenomeni carsici (gli stessi che hanno formato la Grotta della Tanaccia), creando depressioni, fessure e cavità nelle quali è andato poi a depositarsi il sedimento continentale della Formazione a Colombacci. E’ in questo sedimento che sono stati trovati i resti fossili della fauna a vertebrati che abitava la zona di Brisighella prima che il mare la riconquistasse nel Pliocene depositando le Argille Azzurre; si tratta di una fauna molto variegata, che comprende sia macro che microvertebrati appartenenti a tutti i gruppi principali; sono state identificati ben 58 taxa diversi, di cui 39 solo di mammiferi di cui 5 rinvenuti per la prima volta a Cava Monticino: lo ienide Plioviverrops faventinus, il canide Eucyon monticinensis, il bovide Samotragus occidentalis e i muridi Stephanomys debruijni e Centralomys benericettii.

 

La seconda tappa dell’escursione ha condotto i congressisti al Rifugio Ca’ Carnè, sempre dalle parti di Brisighella. Nonostante si sia stati accolti dal profumo di carne alla griglia e l’appetito cominciasse a farsi sentire, prima di mettersi a tavola c’è stato il tempo di visitare un altro affioramento, assai meno imponente di Cava Monticino ma non meno interessante.

L’affioramento in questione consiste di alcuni blocchi calcarei che emergono dal versante della collina poco distante dal rifugio; questi blocchi appartengono alla Formazione Marnoso-arenacea, più precisamente alla porzione pelitica più sommitale depostasi nel Tortoniano Superiore, appena prima della crisi di salinità messiniana. Peculiarità di queste rocce è il fatto di essersi formate nei pressi di fuoriuscite di metano o di acido solfidrico dal fondale marino, dove si formarono comunità di organismi che vivevano in simbiosi con batteri chemiosintetici capaci di ricavare nutrimento dalle esalazioni gassose; i simbionti più comuni di questi batteri sono i bivalvi, in particolare si riconoscono una biofacies a Lucinidae di grandi dimensioni (anche 18 cm di larghezza per Lucina hoernea) – che peraltro conferisce il nome di “calcari a Lucina” a questi depositi) ed una biofacies dove invece la forma dominante è riconducibile ai Modiolinae attuali del genere Bathymodiolus; laddove forme come Phacoides perusinus sono più comuni, lucinidi e modiolini sono di solito mutualmente esclusivi, nel senso che se è presente il primo manca il secondo e viceversa; si pensa che i due gruppi di bivalvi si associassero a tipi differenti di batteri chemiosimbionti, colonizzando aree diverse a seconda della maggior concentrazione del gas più favorevole al loro sostentamento.

Terminata la visita ai calcari il gruppo ha fatto ritorno al rifugio, dove ha potuto finalmente rifocillarsi con il lauto pranzo a base di carne, formaggi, vini e altri validi motivi di carattere enogastronomico per partecipare ai congressi della Società, nel caso i fossili non siano un incentivo già abbastanza convincente.

 

La terza e ultima fermata dell’escursione si è tenuta un po’ più lontano rispetto a Faenza, più precisamente a Rio dei Cozzi vicino a Castrocaro. In questa zona affiora una particolare litofacies della Formazione delle Argille Azzurre datata al Piacenziano: si tratta di una biocalcarenite di ambiente poco profondo formata dalle parti dure carbonatiche di vari organismi marini, tra cui molluschi, brachiopodi, briozoi, foraminiferi e alghe calcaree.La diagenesi ha agito in modo differenziale a seconda del grado di cementazione e del tipo di parti dure soggette ai processi diagenetici, il che ha portato alla conservazione della maggior parte dei gusci di molluschi sotto forma di modello interno o di impronte, e più in generale ad una roccia porosa perforata da cavità; non è un caso che nel 1880 il geologo Giuseppe Scarabelli denominò questa facies “spungone”, dal termine dialettale spungò, proprio per evidenziare il suo aspetto spugnoso. Lo “spungone” affiorante a Rio dei Cozzi poggia in discordanza su un substrato miocenico di torbiditi appartenenti alla Formazione Marnoso-arenacea; in situ si può notare molto bene la differenza tra le due unità, con le torbiditi mioceniche ben stratificate ma più erose su cui poggia la roccia calcarea più resistente, che forma una sorta di tettoia naturale che sporge sul sentiero.

La visita allo “spungone” di Rio dei Cozzi ha concluso l’escursione sul terreno ma non la giornata di congresso, perché una volta rientrati a Faenza i congressisti hanno potuto visitare il Museo Internazionale delle Ceramiche. Faenza è rinomata per le sue ceramiche, e il museo ha l’obiettivo di raccontare la storia di quest’arte millenaria; è più un museo archeologico che artistico, poiché espone pezzi contemporanei ma anche reperti antichi che risalgono all’antico Egitto o alle civiltà precolombiane. Esula un po’ dal contesto tipico dei paleontologi ma se vi capita di passare per Faenza merita una visita, ovviamente insieme al Museo di Scienze Naturali.

In ogni modo, dopo aver nutrito la mente è infine giunto il momento di nutrire anche il corpo, perciò la seconda giornata ha avuto degna chiusura alla sede del Rione Rosso (uno dei quartieri in cui è diviso il centro storico di Faenza) per un’altra delle immancabili tradizioni delle Giornate di Paleontologia: la cena sociale. E dopo una serata trascorsa a mangiare, bere e ascoltare buona musica ci si è dati la buonanotte per ritrovarsi l’indomani per l’ultima giornata di congresso.

 

Arriviamo così a venerdì 27 maggio, giornata conclusiva dei Paleodays 2016, che ha visto il ritorno al Museo di Scienze Naturali dove è stato dato nuovamente spazio ad altre comunicazioni orali. Nelle quattro sessioni della giornata sono stati presentati lavori su tecniche e metodologie d’indagine di brachiopodi e bivalvi, su vari taxa di mammiferi, rettili e più in generale associazioni fossili del Cretaceo e di vari momenti del Cenozoico, sullo studio dei foraminiferi allo scopo di ricostruire le variazioni climatiche negli ultimi tre millenni. Avendo il sottoscritto una dichiarata preferenza per i grandi rettili mesozoici, la comunicazione che più ha colto la mia attenzione ha riguardato la presentazione di uno studio sul vincolo imposto all’evoluzione del volo attivo dal sistema di ventilazione accessorio detto cuirassale, basato sul meccanismo che collega i gastralia al pube tramite il muscolo ischiotruncus, e su come il passaggio a un diverso sistema di ventilazione abbia permesso al pube dei teropodi precursori degli uccelli di ruotare all’indietro, creando così uno dei presupposti anatomici basilari per evolvere un volo attivo e controllato. Non mi dilungo più di tanto ma dico solo che si tratta di un lavoro davvero brillante a opera di una giovane paleontologa molto promettente.

Il congresso si è chiuso con l’annuale assemblea dei soci sui cui contenuti non sto a tediare ulteriormente chi ha avuto la pazienza di leggere fino a questo punto, ma una cosa posso anticiparla ed è la proposta di candidatura di Anagni come sede del congresso del 2017.

Parallelamente allo svolgimento dei lavori è doveroso menzionare anche le iniziative del PaiP, prima fra tutte l’asta volta a raccogliere fondi da investire in borse di studio e nelle attività della SPI; così come l’anno scorso, anche stavolta in molti hanno offerto libri, monografie o anche oggetti da collezione come francobolli e ciondoli; la cifra raccolta è stata consistente, superando i 400 euro destinati a rimpinguare le casse della SPI.

 

Quindi, per concludere questa neanche tanto breve cronaca delle Giornate di Paleontologia, ancora una volta sono state un’esperienza molto positiva. E’ davvero stimolante potersi confrontare con persone con i propri stessi interessi e ambiti di studio, scambiarsi idee e anche imparare qualcosa di nuovo e allargare i propri orizzonti.

Vale la pena menzionare una volta di più la grande partecipazione dei giovani ricercatori, studenti, laureati, dottorandi e paleontofili che ormai rappresentano la stragrande maggioranza dei partecipanti al congresso e che sono ormai anche parte integrante degli organi direttivi della Società. E’ la riprova che la comunità paleontologica italiana è più viva che mai, e che a dispetto della difficile situazione della ricerca in Italia le nuove generazioni di paleontologi sono pronte a prendere in mano le redini di questa scienza tanto affascinante.