Scienza Facile

Blog di curiosità e divulgazione scientifica. Le Scienze Naturali per tutti. – E' un'idea di Stefano Rossignoli – Benvenuti!

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Davide Bertè – ottobre 2015

Davide Bertè

Davide Bertè

In questi giorni sta infervorando una polemica contro il Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso a Torino e si stanno raccogliendo delle firme per farlo chiudere.

Vediamo di approfondire la questione e perchè, secondo me, non solo sarebbe assolutamente sbagliato chiuderlo, ma anzi sarebbe consigliato visitarlo.

Il museo è un omaggio della città a questo pseudo-scienziato che teorizzò l’inferiorità dei meridionali rispetto ai settentrionali, ad oggi le sue teorie che si basano sulla fisiognomica, sono riconosciute false e senza fondamenti scientifici, ma quel museo resta ancora aperto e mostra al suo interno centinaia di crani, diversi scheletri e ricostruzioni di volti in cera, ma con peli e capelli originali.

Tra i vari commenti in rete si trova anche un intervento di un insegnante che scrive, a proposito delle teorie lombrosiane: “La Comunità scientifica le ha definite ‘pseudoscienza’, ecco perchè appare inquietante e innammissibile il fatto che nel 2009 sia stato riaperto a Torino il Museo Lombroso, dove gli ignari visitatori, compresi i tanti studenti, trovano esposti centinaia di resti umani e, tra questi il cranio del Villella presentato come grande scoperta. Ecco, io ritengo che, in nome della morale e della dignità dell’uomo ed anche in considerazione del fatto che i musei sono agenzie educative dello Stato che devono veicolare sapere, cultura e valori umani e non errori, questo museo andrebbe chiuso e i resti umani restituiti alle famiglie, ove ve ne siano, o ai Comuni di appartenenza affinchè venga data loro degna sepoltura.

Mi fermo a queste due citazioni, ma potrei riportarne molte altre, perchè già contengono in nuce tutti gli elementi necessari alla mia critica.

cesare lombroso

Cesare Lombroso

Non so se chi ha tanto criticato il Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso lo ha davvero visitato, quello che è sicuro è che non lo ha capito.

Questo tipo di pensieri denota solo la generale ignoranza di cosa sia veramente la Scienza e l’elevato grado di analfabetismo scientifico in Italia. Vediamo il perché.

1 – “I musei sono agenzie educative dello Stato”. Innanzitutto questo Museo è un museo STORICO, vale a dire che ricostruisce lo studio del Lombroso e raccoglie numerosi reperti a lui appartenuti. La storia non andrebbe mai cancellata, a prescindere. E’ come affermare che metà dei musei di Berlino andrebbero chiusi perchè legati al terzo Reich.

2 – “I musei non devono veicolare errori“. Il percorso museale fornisce tutti gli strumenti necessari al visitatore per contestualizzare storicamente il lavoro di Cesare Lombroso. Le teorie lombrosiane vengono riportate e non esaltate, differenza sostanziale. Secondo questa logica dovrebbe chiudere anche il Museo delle cere anatomiche di Firenze perchè alcune non prosegui la lettura…

Davide Bertè – gennaio 2015

13 gennaio 2015 – Scrivo una brevissima presentazione, soprattutto per ringraziare Davide per aver reso disponibile questo prezioso testo a lettrici e lettori di scienzafacile.it che troveranno curiosa questa raccolta di notizie, nonché utilissima nello studio della paleobiogeografia e paleoecologia.

Recentemente gli è stato commissionato un capitolo intitolato “Paleontologia e paesaggio” da inserire in un libro che parla del “Paesaggio” in senso ecologico, ovvero, una visione più ampia dell’ecosistema per cui vi riporto a due letture, ma prima leggete l’estratto di Davide che ci racconta dei ripetuti passaggi di mammiferi tra le due Americhe!

La prima lettura è in casa nostra, il primo articolo che ho pubblicato su scienzafacile in cui cerco di far capire che l’unica arca che potrebbe conservare integralmente la vita sulla Terra è la Terra stessa a causa dell’estrema variabilità e interazione degli ecosistemi  e la seconda in un libro del 1999 che cerca di spiegare cosa sia l’Ecologia del Paesaggio http://www.treccani.it/enciclopedia/ecologia-del-paesaggio_%28Frontiere_della_Vita%29/) .

Il libro per cui ha scritto Davide uscirà a breve in Brasile ma noi abbiamo una delle fonti che parla e scrive nella nostra lingua e siamo contenti di poterne approfittare!

Grazie Davide!!!

SR

Davide Bertè

Davide Bertè

Circa tre milioni di anni fa l’emersione dell’istmo di Panama mise in collegamento il continente nord americano con quello sud americano.

Il Sud America terminò così un lungo periodo di isolamento cominciato circa 84 milioni di anni fa, quando si era separato dall’Africa. L’apertura dell’Atlantico meridionale durante il Cretaceo Superiore, l’ultima epoca del Mesozoico, determinò quindi la separazione di Africa e America meridionale.

Quando avvenne la separazione, gli ecosistemi delle terre emerse erano ancora dominati dai grandi dinosauri ma i mammiferi erano già presenti e differenziati nei principali gruppi: prototeri o monotremi (che depongono le uova), metateri o marsupiali ed euteri o placentati.

Con la separazione dall’Africa animali e piante sudamericane si ritrovarono completamente isolati dal resto del mondo; circa 65 milioni di anni fa l’estinzione dei dinosauri rese disponibili numerose nicchie ecologiche e i mammiferi ebbero una straordinaria radiazione adattativa.

Il Sud America funse da enorme laboratorio naturale e le strade dell’evoluzione portarono i marsupiali qui presenti verso soluzioni adattative uniche. Molte delle forme evolute in Sud America erano endemiche di questo continente e non avevano corrispettivi nel resto del mondo. Tra i gruppi più importanti vi erano sicuramente gli xenartri, che devono il loro nome (in greco: “strana articolazione”) alla presenza di una articolazione accessoria tra le vertebre, assente in tutti gli altri mammiferi. Al superordine degli xenartri appartengono vermilingui (formichieri), pilosi (bradipi) e cingulati (armadilli). Tra i rappresentanti estinti di questo gruppo ricordiamo i gliptodonti, i bradipi di terra e i pampateri. Altri mammiferi erano inclusi nel superordine dei meridiungulata, che includevano piroteri (simili agli elefanti, con tanto di incisivi trasformati in zanne), astrapoteri (simile a un ippopotamo, forse con una piccola proboscide, zampe posteriori robuste e quelle anteriori esili), notungulati (un gruppo molto diversificato che includeva animali di taglia variabile tra quella di un coniglio e quella di un rinoceronte) e litopterni (simili ai camelidi, il rappresentante più famoso di questo gruppo è Macrauchenia). I predatori principali erano grossi uccelli inetti al volo. Tra i mammiferi predatori vi erano gli sparossodonti che includevano tilacosmilidi, borienidi e proborienidi.

Macraucheria

Pur avendo una dieta a base di carne, questi marsupiali non erano imparentati con l’attuale ordine Carnivora, appartenente ai mammiferi placentati.

Infine vi erano i paucitubercolati, un gruppo di piccoli mammiferi insettivori o frugivori a cui attualmente appartengono solo i cenolestidi o opossum-toporagno con un areale limitato alle Ande.

Di queste faune sorprendono soprattutto le convergenze evolutive di forme molto distanti tra loro verso soluzioni anatomiche simili, come per esempio la Macrauchenia, un mammifero litopterno sudamericano molto simile al lama, un camelide oggi diffuso nelle stesse aree e in ambienti simili. Darwin, durante il suo viaggio intorno al mondo sul brigantino H.M.S. Beagle, ebbe modo di osservare dei fossili di Macrauchenia e notò la grande somiglianza con i camelidi ma anche che il numero di dita che appoggiano per terra era differente. Pur avendo classificato erroneamente Macrauchenia tra i perissodattili (animali che appoggiano sul terreno un numero dispari di dita come cavalli, tapiri e rinoceronti) Darwin tuttavia ebbe, da questo incontro, uno stimolo a ragionare sulla convergenza evolutiva.

Thylacosmilus atrox

Una delle forme di convergenza evolutiva più peculiari è rappresentata sicuramente da Thylacosmilus, una tigre dai denti a sciabola marsupiale. La somiglianza con le vere tigri dai denti a sciabola è straordinaria, soprattutto considerando che prosegui la lettura…

Davide Bertè 5 marzo 2012

In quale luogo, da chi e dove si è originato Homo sapiens, la nostra specie?

Le principali teorie sono due: quella multiregionale e quella dell’out of Africa (uscita dall’Africa).

Davide Bertè

Davide Bertè

La teoria multiregionale, avanzata da Wolpoff negli anni ’80 dello scorso secolo, sostiene che Homo sapiens si sia evoluto indipendentemente nei vari continenti dalle specie ivi presenti. Le differenze tra popolazioni sarebbero poi state mitigate da un continuo flusso genico tra popolazioni contigue.

La teoria dell’out of Africa, avanzata da Stringer nei primi anni ’80, sostiene che ci siamo evoluti da una piccola popolazione in Africa (un isolato periferico) e da lì ci siamo diffusi nel resto del mondo. Le specie presenti precedentemente nei vari continenti sarebbero state sostituite dalla nostra.

Queste le due teorie rivali fino al 1987, quando venne fatto il primo studio genetico sulle popolazioni attuali per capire dove era avvenuta la nostra prima origine. Per capirlo si era ricorsi allo studio del DNA mitocondriale (mtDNA). I mitocondri sono degli organelli cellulari, di origine simbiontica, dotati di proprio DNA. Hanno tutta una serie di proprietà che li rendono molto interessanti:

  1. poiché ci sono molti mitocondri in ogni cellula, il mtDNA è molto abbondante. (Una cellula somatica contiene circa 10mila copie di mtDNA ma solamente due copie di DNA nucleare).
  2. Il tasso di mutazione è elevato e quindi permette di calibrare l’orologio molecolare anche per una specie giovane come la nostra. (L’orologio molecolare è un metodo che, in base al numero di mutazioni in una sequenza, permette di stabilire una data di divergenza tra due linee)
  3. É ereditato esclusivamente per via materna.

Quest’ultimo punto semplifica molto la ricostruzione delle linee filogenetiche. Infatti, se torniamo indietro di una generazione avrò due antenati (il padre e la madre), a due generazioni altri 4 antenati (i 4 nonni) e a 5 generazioni avrò già 32 antenati. Considerando il mtDNA, invece, avrò sempre una unica capostipite, in quanto considererò solo la linea di discendenza diretta da madre in figlia.

Ci si attende che il ramo più antico, con un maggior numero di generazioni, abbia avuto maggior tempo di subire mutazioni: questa è la situazione che si riscontra in Africa. La nostra capostipite era africana (quella che è stata soprannominata “Eva mitocondriale”).

Tarando l’orologio molecolare si è giunti alla conclusione che la nostra origine è avvenuta circa 200ka fa.

Studi successivi sul cromosoma Y (trasmesso di padre in figlio), sul cromosoma X (trasmesso in linea materna) e altri tratti selezionati del genoma hanno confermato sia l’origine africana che la data.

L’out of Africa non va considerato come una migrazione ma come una diffusione di una specie in seguito ad un prosegui la lettura…

Davide Bertè 29 febbraio 2012

Davide Bertè

Davide Bertè

L’uomo, tra tutte le specie in Natura, è quella di più difficile definizione. Linneo ci classificò come Homo sapiens. È difficile studiare la nostra stessa specie in maniera veramente oggettiva.

Che cosa ci rende effettivamente diversi? Le risposte in passato sono state le più svariate: il cervello di grosse dimensioni, la posizione bipede, etc.

Vediamo di seguito alcuni paradigmi che sono stati sfatati in seguito alle recenti scoperte (ma che spesso sono ancora nell’immaginario comune).

L’evoluzione lineare.

L’immagine dell’evoluzione umana rappresentata come una ineluttabile marcia verso il progresso, con la piccola scimmietta che si trasforma in scimmia bipede imperfetta e che, attraverso una serie di stadi, giunge infine all’uomo, è ben radicata nell’immaginario comune. Ce l’avete ben presente anche voi? Bene. Potete dimenticarla!

In quella immagine è racchiusa tutta una serie di errori che le evidenze (ovvero i fossili) hanno smentito. Innanzitutto si ipotizza che le forme precedenti alla nostra fossero imperfette (in genere sono rappresentate gobbe). Le specie che ci hanno preceduto, invece, erano perfettamente adattate al loro ambiente, e alcune di esse hanno avuto una durata veramente notevole. L’Homo erectus, in Asia, ha una storia di circa 1 milione di anni, l’Homo neanderthalensis è stato in Europa per circa 270 mila anni. La nostra specie è comparsa “solamente” 200 mila anni fa. Dal punto di vista geologico siamo una specie molto giovane.

Un’altra conclusione errata che si trae dall’immagine è che, nel tempo, c’è stata sempre solo una unica specie umana. È solamente dall’estinzione dell’uomo di Neandertal che siamo l’unica specie del genere Homo sul pianeta. Le testimonianze fossili ci raccontano che sono sempre state presenti contemporaneamente più specie del genere Australopithecus e anche del genere Homo.

La nostra specie, per esempio, al momento della sua comparsa ha condiviso il mondo con altri uomini: in Europa era presente l’uomo di Neandertal, in Indonesia c’era l’Homo floresiensis, in Asia si aggiravano ancora gli ultimi Homo erectus, sui monti Altai l’uomo di Denisova…

Encefalizzazione

Con il termine encefalizzazione ci si riferisce all’aumento delle dimensioni del cervello che caratterizza il nostro genere. Il ragionamento classico si può riassumere in “più grande è meglio”. Oggi invece si tende a dire che quantità non è sinonimo di qualità. Per dirla in parole semplici, non necessariamente un cervello molto grande è migliore, ma dipende da come è organizzato.

L’Homo floresiensis è il più piccolo rappresentante del nostro genere e, conseguenzialmente, ha anche un cervello di ridotte dimensioni. Spesso le specie su un’isola, per ottimizzare le risorse e in assenza di predatori, vanno incontro a una riduzione delle dimensioni. È il fenomeno noto come nanismo insulare. L’Homo floresiensis è il risultato di questo processo. Eppure, nonostante il prosegui la lettura…