Davide Bertè 29 febbraio 2012

Davide Bertè

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L’uomo, tra tutte le specie in Natura, è quella di più difficile definizione. Linneo ci classificò come Homo sapiens. È difficile studiare la nostra stessa specie in maniera veramente oggettiva.

Che cosa ci rende effettivamente diversi? Le risposte in passato sono state le più svariate: il cervello di grosse dimensioni, la posizione bipede, etc.

Vediamo di seguito alcuni paradigmi che sono stati sfatati in seguito alle recenti scoperte (ma che spesso sono ancora nell’immaginario comune).

L’evoluzione lineare.

L’immagine dell’evoluzione umana rappresentata come una ineluttabile marcia verso il progresso, con la piccola scimmietta che si trasforma in scimmia bipede imperfetta e che, attraverso una serie di stadi, giunge infine all’uomo, è ben radicata nell’immaginario comune. Ce l’avete ben presente anche voi? Bene. Potete dimenticarla!

In quella immagine è racchiusa tutta una serie di errori che le evidenze (ovvero i fossili) hanno smentito. Innanzitutto si ipotizza che le forme precedenti alla nostra fossero imperfette (in genere sono rappresentate gobbe). Le specie che ci hanno preceduto, invece, erano perfettamente adattate al loro ambiente, e alcune di esse hanno avuto una durata veramente notevole. L’Homo erectus, in Asia, ha una storia di circa 1 milione di anni, l’Homo neanderthalensis è stato in Europa per circa 270 mila anni. La nostra specie è comparsa “solamente” 200 mila anni fa. Dal punto di vista geologico siamo una specie molto giovane.

Un’altra conclusione errata che si trae dall’immagine è che, nel tempo, c’è stata sempre solo una unica specie umana. È solamente dall’estinzione dell’uomo di Neandertal che siamo l’unica specie del genere Homo sul pianeta. Le testimonianze fossili ci raccontano che sono sempre state presenti contemporaneamente più specie del genere Australopithecus e anche del genere Homo.

La nostra specie, per esempio, al momento della sua comparsa ha condiviso il mondo con altri uomini: in Europa era presente l’uomo di Neandertal, in Indonesia c’era l’Homo floresiensis, in Asia si aggiravano ancora gli ultimi Homo erectus, sui monti Altai l’uomo di Denisova…

Encefalizzazione

Con il termine encefalizzazione ci si riferisce all’aumento delle dimensioni del cervello che caratterizza il nostro genere. Il ragionamento classico si può riassumere in “più grande è meglio”. Oggi invece si tende a dire che quantità non è sinonimo di qualità. Per dirla in parole semplici, non necessariamente un cervello molto grande è migliore, ma dipende da come è organizzato.

L’Homo floresiensis è il più piccolo rappresentante del nostro genere e, conseguenzialmente, ha anche un cervello di ridotte dimensioni. Spesso le specie su un’isola, per ottimizzare le risorse e in assenza di predatori, vanno incontro a una riduzione delle dimensioni. È il fenomeno noto come nanismo insulare. L’Homo floresiensis è il risultato di questo processo. Eppure, nonostante il cervello molto piccolo, era in grado di produrre una industria litica elaborata.

L’Homo neanderthalensis, invece, aveva una capacità cranica superiore alla nostra. Ma, fino ad oggi, le testimonianze artistiche lasciateci dall’uomo di Neandertal sono molto scarse e, quasi tutte, successive al contatto con Homo sapiens.

La conquista della posizione bipede.

Un altro mito da sfatare è che, all’apertura della Rift Valley in Africa e all’inaridimento climatico, con aumento della savana e diminuzione delle foreste, una scimmietta si sia alzata in piedi per guardare un po’ più in là e per attraversare gli spazi aperti.

In realtà all’epoca erano presenti svariate “scimmie” che stavano sperimentando diversi tipi di locomozione. La locomozione bipede non solo è stata inventata più volte indipendentemente, ma le prime volte è stata sperimentata in ambiente di foresta e non di savana (come si è scoperto dallo studio delle faune associate). L’andatura bipede, quindi, sarebbe stata acquisita in un ambiente di foresta intervallato da ampie radure e, solo in seguito, è stata utilizzata per colonizzare nuovi habitat.

Il fatto che, nel giro di pochi decenni, si siano ribaltati completamente alcuni paradigmi consolidati, dimostra che, nella Scienza, non esistono verità assolute. L’evoluzione è un evento unico e irripetibile e l’unica maniera per studiarla è attraverso le testimonianze fossili. Dobbiamo sempre essere disposti ad abbandonare una bella teoria di fronte alle evidenze.