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Daniele Tona – giugno 2014

Impronta di dinosauro a Cava San Leonardo

Impronta di dinosauro a Cava San Leonardo

Daniele Tona esperto di dinosauri

Daniele Tona

Anche quest’anno, nei giorni 11, 12 e 13 giugno, la Società Paleontologica Italiana si è riunita per il suo congresso annuale, che per la quattordicesima edizione ha scelto come sede la città di Bari. Nel Salone degli Affreschi del Palazzo Ateneo, presso l’Università degli Studi “Aldo Moro”, comunicazioni orali e poster hanno illustrato le ultime novità da parte della comunità paleontologica del nostro paese. Come ormai è una ricorrenza annuale, anche nel 2014 Scienzafacile era presente nella persona del sottoscritto, che in queste poche righe vi riporterà i fatti più salienti della tre giorni paleontologica pugliese.

Il primo giorno del congresso, mercoledì 11 giugno, è stato interamente dedicato alle comunicazioni orali, intervallate da tre interventi a invito: il primo, di Antonietta Cherchi dell’Università di Cagliari, ha inaugurato i lavori presentando uno studio sui trend evolutivi dei foraminiferi orbitolinidi della piattaforma Apula durante il Cretaceo Inferiore, e la loro importanza come strumenti per la correlazione biostratigrafica nell’area della Tetide. Giorgio Manzi, dell’Università La Sapienza di Roma, ha aperto la seconda sessione illustrando le ricerche svolte sui resti dell’uomo di Altamura, uno scheletro umano rinvenuto in una grotta che tra l’altro ha riguardato una delle tappe dell’escursione (ma torneremo più avanti su questo). La terza comunicazione, in apertura della sessione pomeridiana, ha visto invece Cristiano Dal Sasso del Museo di Storia Naturale di Milano descrivere i risultati del lungo e accurato studio di Scipionyx samniticus, il cucciolo di dinosauro noto al grande pubblico come Ciro, per quello che riguarda la preservazione delle parti molli – ancor più incredibile di quanto si pensasse in partenza – e dei resti delle prede trovate nelle sue viscere.

Scipionyx samniticus - detto Ciro

Scipionyx samniticus – detto Ciro

Le comunicazioni orali hanno coperto come sempre una vasta gamma di gruppi tassonomici, epoche e località, spaziando nell’arco delle quattro sessioni da lavori descrittivi come quelli sul rinoceronte Stephanorhinus, sul pesce syngnathoide Gasterorhamphosus, sull’evoluzione del gatto selvatico e sui coralli pleistocenici calabresi, ad altri più mirati a studi paleoclimatici e paleoambientali tramite l’impiego dei fossili, soprattutto microfossili come foraminiferi, diatomee o pollini ma anche macrofossili come bivalvi e brachiopodi; alcuni di questi studi hanno riguardato contesti molto vicino a noi nel tempo – parliamo dell’Olocene quindi grossomodo dell’ultimo milione di anni – e sono arrivati addirittura in epoca storica come un lavoro sui sedimenti dell’antico Porto di Traiano, laddove altri hanno invece toccato epoche più remote come gli eventi anossici durante il periodo Cretaceo; in alcuni casi lo stesso sito è stato trattato da varie comunicazioni che si sono soffermate su differenti suoi aspetti: un esempio è la Formazione Pisco del Mio-Pliocene del Perù, che durante la prima giornata è stata oggetto di una comunicazione riguardante i vertebrati marini rinvenuti in essa (fra cui soprattutto i cetacei) e di un’altra sui depositi diatomitici della stessa unità, a cui si è poi aggiunta una terza presentazione l’ultimo giorno stavolta focalizzata sui cetacei della famiglia degli Ziphiidae.

Una comunicazione in particolare merita una menzione per il tipo di lavoro illustrato, riguardante i due siti pleistocenici di Coste San Giacomo e Fontana Ranuccio nel bacino di Anagni. L’Istituto Italiano di Paleontologia Umana ha infatti realizzato un’applicazione per smartphone (al momento disponibile solo per sistemi iOS e reperibile su Itunes col nome IsIPU) che fornisce una guida virtuale dei due siti, con modelli a tre dimensioni degli animali rinvenuti e ricostruzioni a realtà aumentata dell’ambiente in cui sono vissuti. Mi permetto di soffermarmi su di essa, tra tante ricerche presentate, per il suo grande potenziale come strumento di divulgazione, in quanto riesce a dare all’utente molte informazioni in modo esaustivo ma soprattutto accattivante, anche per chi non ha una conoscenza accademica dell’argomento o semplicemente non ha tempo o voglia di immergersi nella lettura di una lunga trattazione; in questo modo anche chi è un semplice appassionato può documentarsi senza che sfilze di termini tecnici rischino di ostacolare la sua comprensione. Sarebbe bello se ogni sito paleontologico, italiano e non, disponesse di analoghi mezzi per raccontare al grande pubblico la sua storia e i tesori sotto forma di fossili che ospita, di modo da rendere davvero fruibile a tutti una disciplina come la paleontologia che già di per sé suscita meraviglia e interesse anche nell’uomo della strada.

Ma torniamo al congresso e più precisamente alla seconda giornata, dedicata all’escursione sul terreno che ha coperto il territorio delle Murge a ovest di Bari. Volendo dare un piccolo inquadramento geologico dell’area, le Murge sono una serie di ampi horst e graben (ossia rilievi del territorio separati l’uno dall’altro da scarpate e aree a quota più bassa); il ripiano più elevato è noto come Alta Murgia ed è ricco di forme carsiche fra cui doline (qui chiamate “puli”) spesso di diametro e profondità molto elevati; è inoltre qui che sono ubicati il terzo e il quarto stop della giornata. Quelli che discendono via via di quota verso la costa adriatica sono invece le Murge Basse, dove si sono svolti i primi due stop. Le Murge, e più in generale l’intera Puglia, rappresentano le vestigia della placca Apula o Adria, una propaggine della placca Africana formatasi nel Paleozoico Superiore. Durante il Mesozoico la placca Apula era un margine continentale passivo presso cui si svilupparono delle piattaforme carbonatiche, una delle quali, la Piattaforma Apula, è oggi ravvisabile nei vari ammassi calcarei pugliesi tra cui anche le Murge. Nel corso dei milioni di anni la tettonica e le fluttuazioni del livello del mare portarono all’emersione delle piattaforme, creando aree in cui animali di terraferma come i dinosauri potevano transitare lasciando impronte come quelle oggetto del secondo stop. Alla fine del Cretaceo la Piattaforma Apula emerse e divenne un’area continentale interessata da carsismo; dal Miocene Inferiore divenne l’avampaese della catena appenninica in formazione più a ovest, e interessata dalla conseguente tettonica si inarcò dividendosi in vari blocchi rilevati che oggi sono il Gargano, le Murge e il prosegui la lettura…

Daniele Tona 7 giugno 2013

Daniele Tona e il livello che segna il passaggio dal Mesozoico al Cenozoico - Gola del Bottaccione nei pressi di Gubbio

Daniele Tona e il livello che segna il passaggio dal Mesozoico al Cenozoico – Gola del Bottaccione nei pressi di Gubbio

 Nei giorni 23, 24 e 25 maggio 2013 si è tenuto l’annuale appuntamento con le Giornate di Paleontologia, il congresso della Società Paleontologica Italiana giunto alla sua tredicesima edizione. Quest’anno il simposio è stato organizzato dall’Università di Perugia, che ha ospitato i lavori all’interno del Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria situato nel chiostro dell’adiacente Basilica di San Domenico, in pieno centro storico del capoluogo umbro. Come ogni anno, paleontologi da tutta Italia hanno presentato i loro lavori, chi sotto forma di comunicazione orale e chi tramite uno dei molti poster sistemati sotto il porticato del chiostro.

Anche quest’anno Scienzafacile era presente alle Giornate con la sua piccola delegazione, composta da chi scrive nei panni di cronista e dall’amico Davide Bertè, che al contrario del sottoscritto è stato assai più produttivo e ha portato una comunicazione sui resti di lupo rinvenuti nella Grotta Romanelli nel Salento e un poster sulla simpatria tra specie di Canis nell’Italia del Pleistocene Inferiore.

Per prima cosa vorrei riportare due interessanti iniziative che hanno coinvolto i partecipanti più giovani al congresso. La prima, proposta direttamente dall’organizzazione e inaugurata l’anno scorso, è un concorso per ricompensare l’impegno delle nuove leve in cui sono stati premiati con una somma di denaro la miglior comunicazione ed il miglior poster presentati da un socio under 30.

La seconda è un’iniziativa nata da un gruppo di soci non strutturati della SPI battezzata Palaeontologist in Progress (o PaiP), collaterale al convegno ma patrocinata dagli organizzatori e dalla stessa Società. Si tratta di una tavola rotonda tenutasi mercoledì 22 maggio al Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Perugia, dove si è discusso di varie tematiche legate alla paleontologia, alcune di carattere più accademico, quali il concetto di specie e sottospecie e l’applicazione dell’osteologia allo studio dei reperti fossili, altre invece più incentrate sulla figura del paleontologo in sé, sul suo riconoscimento presso le pubbliche amministrazioni e sulla possibilità di accedere a collezioni e database elettronici. Cosa ancor più importante, sono state discusse delle proposte poi avanzate nel corso del consesso dei soci di sabato: la prima propone, con tanto di raccolta firme, di rinunciare o quantomeno rendere facoltativa la versione cartacea del Bollettino SPI così da ridurre le spese di stampa e soprattutto di spedizione della pubblicazione, investendo poi il denaro risparmiato in fondi per studenti, dottorandi e altri soci non strutturati; la seconda proposta è stata più che altro un invito ai soci a organizzare incontri a scopo divulgativo nelle proprie città, appoggiandosi al PaiP e alla SPI per ottenere un patrocinio formale e anche la collaborazione e partecipazione di altri soci. Il tutto allo scopo di dare maggior visibilità alla figura del paleontologo e anche di avvicinare i non addetti ai lavori al mondo della paleontologia.

Veniamo dunque al primo giorno ufficiale di congresso, giovedì 23 maggio, che si è aperto con il discorso di benvenuto da parte delle autorità, nella fattispecie il curatore del Museo Archeologico, a cui è seguita la comunicazione del relatore ospite Jordi Agustì, dell’Istituto Catalano di Paleoecologia Umana e Evoluzione Sociale, che ha presentato uno studio sull’effetto indotto dalle variazioni climatiche tra la fine del Pliocene e il Pleistocene Inferiore, in particolare sugli spostamenti degli ominidi. Agustì ha illustrato il sito di Dmanisi in Georgia, nel quale sono stati rinvenuti resti datati a 1,8 milioni di anni fa e attribuiti a Homo georgicus, e quello di Barranco Leon in Spagna, contenente le più antiche (1,3 milioni di anni fa) testimonianze umane in Europa occidentale. Dallo studio è emersa una correlazione tra l’età delle migrazioni umane e il clima, dove le principali fasi di dispersione corrispondono a periodi caratterizzati da condizioni più calde e umide rispetto a oggi.

Dopo questo intervento inaugurale ha avuto il via la serie di comunicazioni presentate dai partecipanti al congresso; divise in tre sessioni di 6-7 interventi, e intervallate da pause durante le quali era possibile rifocillarsi coi prodotti locali offerti dall’organizzazione, hanno coperto un ampio spettro di epoche e gruppi tassonomici. Nel corso della mattinata si è discusso di brachiopodi e di conodonti permiani, di ammonoidi triassici, della fauna cambriana di Chengjiang, di icnofossili (sia più in generale in merito alle loro relazioni reciproche, sia nel dettaglio con riguardo alle tracce di tetrapodi del Permiano del nord Italia), di pesci (con un lavoro sulla fluidodinamica delle scaglie e uno di sistematica), di foraminiferi e di molluschi.

Le presentazioni del pomeriggio hanno riguardato i nannofossili calcarei e poi una serie di lavori sui vertebrati, con mammiferi, uccelli e anfibi sotto i riflettori. La sessione si è conclusa con una comunicazione inerente lo studio dei dati lito, bio e magnetostratigrafici (vale a dire, le caratteristiche rispettivamente delle rocce, dei fossili e del segnale paleomagnetico) della porzione paleocenica nella successione della Gola del Bottaccione, non lontano da Gubbio, allo scopo di determinare la sua compatibilità con la vicina sezione della Contessa e con altre coeve nel mondo.

Livello a iridio della Gola del Bottaccione - Foto di Daniele Tona

Livello a iridio della Gola del Bottaccione – Foto di Daniele Tona

Quest’ultima comunicazione è stata un preambolo alla breve escursione tenutasi nella seconda parte del pomeriggio proprio nella Gola del Bottaccione dove, guidati dalla professoressa Isabella Premoli Silva e dal professor Rodolfo Coccioni che hanno studiato estensivamente la sezione, i congressisti hanno potuto ripercorrere attraverso il Cretaceo la successione di strati della formazione della Scaglia Rossa fino al livello che segna il passaggio dal Mesozoico al Cenozoico; si tratta dell’ormai celeberrimo livello argilloso contenente quantità anomale di iridio, elemento molto raro nella crosta terrestre ma abbondante nei meteoriti, sulla base del quale il gruppo di lavoro di Walter Alvarez elaborò nel 1980 la teoria secondo cui la crisi biologica verificatasi 65 milioni di anni fa è da attribuirsi a (o comunque ha tra le sue concause) l’impatto con un meteorite il cui cratere è stato in seguito trovato al largo della penisola dello Yucatan. Gli studi della Premoli, di natura micropaleontologica, hanno individuato ulteriori prove di quanto accaduto nelle comunità di foraminiferi planctonici osservate nelle rocce della sezione: laddove gli ultimi strati del Cretaceo di calcare biancastro contengono associazioni ricche ed eterogenee, lo strato ricco di iridio è del tutto disabitato, mentre i successivi strati di calcare rossastro dell’inizio del Paleocene sono popolati solo da forme piccole e poco diversificate ascrivibili a una sola specie, Globigerina eugubina, così chiamata proprio perché scoperta in quelle rocce vicine a Gubbio.

Qui mi permetto di accantonare per un attimo il distacco del cronista per dire quanto mi abbia impressionato osservare dal vivo un sito così iconico non solo per la sua importanza scientifica e storica, ma anche perché mostra materialmente la fine di un’era e l’inizio di un’altra, con quel livello spesso una spanna stretto fra gli ultimi strati del Cretaceo e i primi del Paleocene che rappresenta un lasso di tempo in cui l’intero pianeta è stato sconvolto; è come leggere un libro in cui è narrata la quiete prima della tempesta, seguita da un breve quanto apocalittico capitolo, e poi la cronaca del nuovo mondo dopo il cataclisma. A onore del vero credo che il mio sia stato un sentimento comune, almeno a giudicare da quanti, indipendentemente dall’età e dalla posizione accademica occupata, si sono fatti fotografare accanto al leggendario livello.

Il secondo giorno di congresso è stato interamente dedicato all’escursione sul terreno, nel corso del quale sono state toccate varie località dell’Umbria di interesse paleontologico. La prima in ordine di tempo è stata la Foresta Fossile di Dunarobba, situata nei pressi di Avigliano Umbro.

Tronco fossile di Dunarobba - Foto di Daniele Tona

Tronco fossile di Dunarobba – Foto di Daniele Tona

Questo sito è caratterizzato dalla presenza di resti di una cinquantina di tronchi fossili rinvenuti in molti casi ancora in posizione di vita; la peculiarità è che, pur avendo 2,5 milioni di anni di età, il loro legno si è perfettamente conservato grazie all’argilla che li ha rapidamente seppelliti in una condizione descrivibile al meglio come una mummificazione, preservandoli dall’aggressione di microbi e batteri e dalla furia degli elementi. La Foresta Fossile è compresa nell’unità denominata pliocenica del Fosso Bianco, che consiste in sedimenti prevalentemente argillosi di ambienti lacustri poco o relativamente profondi del cosiddetto Bacino Tiberino, oggi corrispondente alla media valle del Tevere. La Foresta Fossile sorgeva presso una palude lungo il margine di questo bacino, nella quale si depositavano sedimenti pelitici il cui accumulo lento ma costante unito a una rapida subsidenza ha sepolto rapidamente i tronchi in un involucro di argilla isolante prima della loro decomposizione. Dall’analisi del contenuto paleobotanico (fruttificazioni e pollini) dei sedimenti circostanti si ipotizza che i tronchi appartengano a delle Taxodiaceae, sebbene un’identificazione più precisa non sia possibile poiché è molto difficile associare fra loro resti vegetali diversi come elementi lignei e polline; l’associazione botanica suggerisce inoltre che la Foresta Fossile sia cresciuta in una fase del Pliocene con un clima più caldo rispetto all’attuale. I tronchi fossili sono noti fin dal 1600, e nel corso del XX secolo sono stati esumati in seguito alle operazioni di estrazione dapprima della lignite e poi dell’argilla. Oggi gran parte degli esemplari è esposta e visibile, protetta dalle intemperie da delle tettoie, anche se attorno ad alcuni tronchi è stata costruita una struttura chiusa a temperatura e umidità controllate allo scopo di preservarli al meglio. Il loro disseppellimento li ha infatti privati dell’ambiente confinato che li ha protetti così a lungo, e nel trovarsi esposti all’azione degli agenti atmosferici molti di essi sono andati incontro a fenomeni di alterazione che li stanno letteralmente disgregando.

Da Dunarobba l’escursione è poi proseguita toccando una serie di località presso le quali sono visibili i depositi marini plio-pleistocenici che si sono accumulati nel Bacino della Valdichiana, più a ovest rispetto al Bacino Tiberino. I vari stop hanno riguardato sezioni formatesi in vari contesti del bacino, da quello costiero a quelli più distali e profondi, in un lasso di tempo compreso tra la fine del Pliocene (Gelasiano) e il Pleistocene Inferiore (Santeriano).

Presso Scoppieto affiora un deposito di clasti di dimensioni variabili dai ciottoli di alcuni centimetri fino anche a blocchi metrici, prodotti dall’azione combinata del moto ondoso e dal crollo di porzioni della falesia stessa. Gran parte dei clasti è intaccata dall’azione di organismi come i bivalvi litodomi (genere Lithophaga), che si insediavano all’interno dei ciottoli corrodendoli e formando le peculiari cavità a forma di goccia, o i poriferi; oltre ad essi v’erano anche organismi incrostanti come ostreidi e balanidi.

Lo stop successivo è stato alla cava di S. Lazzaro in località Ficulle. Si tratta di una vecchia cava ormai dismessa in cui è visibile una successione di sabbie fini limoso-argillose depositatesi in ambiente tranquillo e poco interessato dall’azione del moto ondoso. Ciò ha permesso l’accumulo e la conservazione di grandi quantità di fossili; il colpo d’occhio giungendo sul sito è davvero impressionante, con il sedimento marrone e beige punteggiato da una miriade di frammenti bianchi, che se osservati attentamente si rivelano essere tutti fossili, da frammenti di pochi millimetri fino a conchiglie grandi come piattini da caffè, appartenuti soprattutto a bivalvi e gasteropodi qui rappresentati da almeno una cinquantina di specie diverse.

Fossili della cava di San Lazzaro - Foto di Daniele Tona

Fossili della cava di San Lazzaro – Foto di Daniele Tona

In seguito l’escursione ha fatto tappa a Città della Pieve, presso la quale è visibile una successione di ambiente deltizio, più precisamente la parte più distale del fronte del delta. La sezione mostra strutture sedimentarie attribuibili a dune sabbiose sottomarine, la cui base è marcata da shell beds contenenti quasi esclusivamente Flabellipecten flabelliformis; sono anche stati rilevati segni di bioturbazione ascritti agli icnogeneri Thalassinoides e Ophiomorpha.

Shell beds di Città della Pieve - Foto di Daniele Tona

Shell beds di Città della Pieve – Foto di Daniele Tona

L’ultima tappa dell’escursione ha avuto luogo presso il Museo Paleontologico recentemente allestito a Pietrafitta. Questa struttura ospita una vasta collezione di resti rinvenuti durante le operazioni di estrazione della lignite nell’area circostante il paese; il contributo maggiore nell’assemblaggio di tale collezione si deve a Luigi Boldrini, che per più di vent’anni ha raccolto i fossili che venivano riportati alla luce e a cui il museo è doverosamente intitolato. La collezione del museo di Pietrafitta rappresenta un’importante associazione fossile del Pleistocene Inferiore, in particolare dell’ultima parte dell’età a mammiferi denominata Villafranchiano, e più precisamente appartiene all’unità faunistica di Farneta databile a circa 1,5 milioni di anni fa. I depositi di lignite nei quali sono state trovate le ossa fanno parte della successione sedimentaria del Bacino di Tavernelle, e nella fattispecie i livelli fossiliferi fanno capo al subsintema (sottounità del sintema, unità di base del sistema a limiti inconformi) di Pietrafitta, che rappresenta un’area paludosa interessata da elevata produzione di materia organica, probabilmente ubicata in prossimità di un bacino lacustre a sedimentazione fine che in occasione di eventi eccezionali trasportava il sedimento argilloso verso la palude, formando i livelli a invertebrati d’acqua dolce che intercalano le ligniti. Queste ultime sono state formate soprattutto dall’accumulo di piante erbacee, ma non mancano alcuni tronchi anche piuttosto grandi, uno dei quali si trova proprio all’ingresso del museo. La collezione del museo è esposta in una grande sala circolare dove, dopo alcuni pannelli sull’inquadramento storico e geologico del sito, una serie di vetrine ospita i resti fossili organizzati per gruppo tassonomico: vi sono resti frammentari di pesci, varie ossa di anfibi (tra cui l’ultima presenza nota del genere Latonia), rettili (con vipere e la testuggine palustre Emys orbicularis) e uccelli (varie forme acquatiche o legate ad ambienti prossimi all’acqua, più una terricola comparabile a Gallus). I mammiferi sono rappresentati da vari roditori tra cui il castoro Castor fiber plicidens, dal primate Macaca florentina-sylvanus, da una delle ultime segnalazioni di Ursus etruscus e dal mustelide Pannonictis nestii. I grandi erbivori annoverano il rinoceronte di piccola taglia Stephanorhinus con una specie affine a S. hundsheimensis, il bovide Leptobos (che in virtù della morfoglogia delle corna è stato avvicinato a L. vallisarni) e due cervidi, il più piccolo Pseudodama farnetensis e l’assai più grande Praemegaceros obscurus. I fossili più spettacolari appartengono però al proboscidato Mammuthus meridionalis, del quale sono esposti alcuni esemplari al centro della sala; questi non sono stati montati, ma sono ancora conservati nella stessa condizione del loro ritrovamento sorretti dalle cosiddette “culle” in cemento, che altro non sono se non il rivestimento protettivo in cui sono stati avvolti per l’estrazione; ciò che si vede è quindi il lato inferiore del blocco opportunamente preparato per mostrare le ossa. Allo stesso modo è esposto uno dei due scheletri di rinoceronte (l’altro è invece montato) conservati nella saletta laterale dove i partecipanti al congresso hanno assistito a una breve performance canora di un coro femminile, a seguito della quale si è tenuta la cena sociale che ha concluso degnamente la seconda giornata.

Rinoceronte al museo di Pietrafitta - Foto di Daniele Tona

Rinoceronte al museo di Pietrafitta – Foto di Daniele Tona

La terza e ultima giornata di congresso è stata interamente dedicata alle comunicazioni orali, tenutesi pure in questo caso al Museo Archeologico di Perugia. Anche in questa serie di sessioni sono stati toccati numerosi argomenti, fra cui conodonti ordoviciani, nannofossili calcarei e pesci del Cretaceo, gasteropodi e coralli dell’Eocene e, per arrivare in tempi più recenti, macromammiferi del Messiniano ed elefanti del Pleistocene.

Nella seconda sessione mattutina è stato dato ampio spazio agli organismi bentonici, con comunicazioni inerenti i rodoliti algali miocenici, i banchi a nummuliti e le comunità associate ai coralli di mare profondo dello Ionio; sono poi stati presentati ben due lavori sugli organismi planctonici calcarei e studi più vari sull’ambra dei Calcari Grigi, sul record fossile dei varani italiani e sugli ostracodi del lago albanese di Scutari.

La terza e ultima sessione, tenutasi dopo pranzo, si è focalizzata sui vertebrati. A parte una comunicazione di argomento paleobotanico sulle macrofite del lago di Pietrafitta, le altre hanno riguardato anfibi (Rana temporaria) e mammiferi (i lupi della Grotta Romanelli, i proboscidati dell’Eritrea e il canide Cuon dall’Italia meridionale), o più in generale associazioni fossili (Coste San Giacomo e Vallone Inferno), e anche una presentazione della collezione di mammiferi fossili conservati all’Università di Messina.

Nella seconda parte del pomeriggio si è tenuto il consiglio della Società Paleontologica Italiana, in cui si è discusso delle iniziative future e più in generale del futuro della società e della paleontologia in Italia. Non starò a tediare con i dettagli chi ha avuto la pazienza di seguirmi fino a questo punto, mi limito solo a menzionare l’annuncio della sede in cui si terrà l’edizione 2014, che sarà a Bari.

Giunto al momento di tirare le somme posso dire con grande piacere che anche l’edizione 2013 delle Giornate di Paleontologia è stata un’esperienza molto positiva, al pari con le precedenti. Dopo aver partecipato per tre anni al congresso non posso che rimarcare il valore di questo evento annuale che permette ai paleontologi di tutta Italia di riunirsi per scambiarsi pareri, opinioni e conoscenze (e anche per ritrovarsi tra amici, perché no), oltre che per recarsi in siti che altrimenti, per un motivo o per l’altro, non si avrebbe l’opportunità di visitare in altre occasioni.

In aggiunta a ciò, è doveroso evidenziare come, anno dopo anno, la presenza e la partecipazione dei giovani (ricercatori, studenti, dottorandi o anche semplici appassionati) sia stata sempre più importante. Posso personalmente testimoniare come il numero dei giovani presenti alle Giornate SPI sia stato sempre più grande, da meno di un terzo dei partecipanti nel 2011, a metà dei presenti l’anno scorso, fino a quest’anno dove erano praticamente la maggioranza. E il contributo della nuova generazione di paleontologi si è fatto sentire anche a livello organizzativo, visto che col rinnovo dei membri del corpo gestionale della SPI avvenuto nelle due ultime edizioni si è assistito a un netto ricambio generazionale all’interno del consiglio.

Questo supera persino quanto auspicai a suo tempo a proposito dell’edizione 2012, perché conferma

che lo studio della paleontologia è più vivo che mai nel nostro paese. Vedere come ogni anno sempre più giovani partecipino a eventi come le giornate SPI dovrebbe essere uno sprone alle istituzioni affinché investano di più nella ricerca, e consentano a tutti coloro che coltivano la passione per lo studio della paleontologia di poter dare il loro contributo. Purtroppo i tempi difficili in cui viviamo non permettono di investire quanto si dovrebbe, ma bisognerebbe avere una visione più ampia delle cose, e guardare al futuro per mantenere viva una scienza così affascinante.

Daniele Tona 22 dicembre 2012

daniele tona

Daniele Tona

I risultati degli ultimi anni di ricerche paleontologiche sono continuamente da aggiornare, complici i nuovi ritrovamenti di fossili e le nuove metodologie di indagine.

Non è certo sfuggita questa nuova mole di dati al nostro esperto di Dinosauri.

Daniele Tona, con la sua scrittura chiara e come sempre accattivante, ci aggiorna sugli ultimi ritrovamenti riguardanti i dinosauri che si trovano nei pressi della linea evolutiva che ha portato agli uccelli.

Godiamoci quindi questo ricco aggiornamento ai due articoli precedenti di Daniele.

Buona lettura! (S.R.)


Un paio di anni fa sulle pagine di questo blog parlammo (in due articoli) del legame tra i dinosauri e gli uccelli, e di come nel corso dell’evoluzione dei dinosauri, e in particolare del gruppo dei Theropoda, siano comparse e si siano sviluppate le caratteristiche che osserviamo nei volatili odierni.

Ecco i due articoli:

Dai dinosauri agli uccelli (Parte 1)

Dai dinosauri agli uccelli (Parte 2)

Da allora la paleontologia ha fatto molti progressi in questo campo, e le nostre conoscenze sui dinosauri piumati e sull’origine ed evoluzione delle piume sono cambiate anche in modo sorprendente. Vale quindi la pena di tornare sull’argomento e di dare un’occhiata a tre nuovi dinosauri scoperti negli ultimi mesi che hanno gettato una nuova luce sull’enigma della comparsa delle piume…

Rauhut et al. (2012) descrivono Sciurumimus albersdoerferi, il cui nome significa “imitatore dello scoiattolo di Albersdöfer”, dalla combinazione di Sciurus, il nome scientifico dello scoiattolo, e mimos, parola greca che significa appunto “imitatore”; il nome della specie è un riconoscimento a Raimund Albersdöfer, che ha finanziato lo scavo che ha permesso di rinvenire l’animale.

Sciurumimus è un cucciolo di teropode lungo circa 70 cm scoperto presso Painten, nella regione tedesca della Baviera. L’esemplare era conservato in un calcare micritico laminato corrispondente alla parte superiore della Rögling Formation, depostasi durante il tardo piano Kimmeridgiano del Giurassico Superiore, all’incirca 152 milioni di anni fa.

Si tratta di un esemplare rimarchevole dal punto di vista della conservazione, essendo praticamente completo e in connessione anatomica. Ma oltre a una così eccezionale preservazione dello scheletro, Sciurumimus ha anche la particolarità di presentare tracce delle parti molli identificate come strutture tegumentarie, con la possibile eccezione di una traccia lungo il margine posteriore della tibia che gli autori suggeriscono possa costituire un residuo di tessuto muscolare.

I tessuti molli meglio preservati si trovano sulla coda, con grandi porzioni di pelle associate a filamenti lunghi e sottili dall’aspetto simile a peli, la cui lunghezza arriva fino a due volte e mezza l’altezza delle vertebre caudali sottostanti. Filamenti più corti si osservano sul lato ventrale della coda, sopra alle vertebre dorsali e sul ventre. Queste strutture filamentose sono state interpretate come piume di tipo 1, ossia come dei monofilamenti con un diametro massimo di 0,2 mm, dei quali non è stato però possibile stabilire se fossero internamente cavi. In taluni casi i filamenti sono associati a strutture cutanee a forma di U o di Y, ritenute dei possibili follicoli comparabili a quelli associati alle penne degli uccelli.

Le analisi filogenetiche condotte dagli autori collocano Sciurumimus tra i tetanuri basali; più precisamente lo inseriscono in Megalosauroidea come un megalosauride basale; apparterrebbe quindi a un gruppo più basale rispetto a tutti gli altri teropodi piumati finora conosciuti, che sono dei celurosauri. Gli stessi autori, tuttavia, sottolineano come tale risultato sia da prendere con le dovute cautele, poiché l’esemplare è ad uno stadio di sviluppo molto precoce. Diversi caratteri anatomici come le generali proporzioni corporee, la testa grande rispetto al resto del corpo, l’assenza di fusione di vari elementi ossei e il pattern di sviluppo dei denti molto regolare (segno che i denti non erano ancora stati sostituiti) sono chiare indicazioni che si tratta di un animale ancora molto giovane. Vista la stretta parentela con gli uccelli e il piumaggio che lo ricopriva, potremmo quasi dire che Sciurumimus era ancora un pulcino.

Se la sua collocazione sistematica dovesse dimostrarsi solida la scoperta di Sciurumimus dimostrerebbe che anche i tetanuri basali sviluppavano una copertura di piume almeno allo stadio giovanile. Se dovesse essere smentita da futuri ritrovamenti, e Sciurumimus si rivelasse come un dinosauro più derivato, la sua importanza come fossile non ne sarebbe comunque intaccata, poiché si tratta di uno dei dinosauri meglio conservati al mondo, e uno dei pochi “pulcini” di teropode noti. Il paragone con il celeberrimo Scipionyx – Ciro per i non addetti ai lavori – è immediato, e sebbene Sciurumimus manchi degli organi interni che invece si osservano in Scipionyx, a differenza di quest’ultimo mostra traccia della copertura del corpo di cui difetta il teropode italiano.

In ogni caso, la sua scoperta aiuta a colmare il divario tra i monofilamenti osservati in alcuni dinosauri ornitischi (come Psittacosaurus e Tianyulong ) e le strutture più complesse esibite dai celurosauri più derivati. Gli autori sostengono che il ritrovamento di tracce di pelle coperta da squame in fossili di alcuni gruppi di dinosauri non escluderebbe forme piumate nell’abito di tali gruppi, in quanto squame e piume potevano tranquillamente coesistere (basta guardare le squame che coprono i piedi delle galline per avere un’idea); in alternativa, è possibile che i dinosauri più grandi perdessero le piume una volta raggiunto lo stadio adulto; o ancora, l’assenza di tracce di piumaggio potrebbe semplicemente derivare dalla conservazione in sedimenti grossolani sui quali strutture più grandi e resistenti come le squame potrebbero aver lasciato un’impressione al contrario delle piume più delicate e sottili.

Xu et al. (2012) descrivono Yutyrannus huali, un grosso teropode proveniente dalla Cina, più precisamente dalla zona di Batuyingzi, nella provincia di Liaoning; è stato rinvenuto in rocce della Formazione Yixian databili a circa 125 milioni di anni fa, durante il piano Aptiano del Cretaceo Inferiore. Il nome scientifico di questo animale significa “tiranno piumato” e deriva dalla combinazione del termine cinese yu (piuma) e del latino tyrannus (tiranno), mentre il nome specifico huali si traduce dal cinese in “bello”, in riferimento all’eccellente stato di conservazione del piumaggio.

Dal suo nome si può già intuire la parentela di Yutyrannus. Esso infatti è stato inserito nei Tyrannosauroidea, e si colloca in una posizione basale rispetto alla famiglia Tyrannosauridae a cui appartiene, fra gli altri, Tyrannosaurus rex. Yutyrannus è uno dei quattro taxa di tirannosauroidi noti dal Cretaceo Inferiore cinese, la cui diversità dal punto di vista morfologico testimonia un’importante radiazione avvenuta nel corso della storia evolutiva di un gruppo noto dal Giurassico Medio sino alla fine del Cretaceo e che non annoverava tanto predatori colossali vissuti alla fine dell’era Mesozoica quanto animali di taglia relativamente piccola.

Di certo, Yutyrannus può essere di diritto inserito tra i pesi massimi del gruppo: uno dei tre esemplari oggetto dello studio, pressoché completi dal punto di vista della preservazione, è un adulto la cui massa corporea è stata calcolata attorno ai prosegui la lettura…

Daniele Tona 6 giugno 2012

CATANIA, 23-26 MAGGIO 2012

Daniele Tona

Daniele Tona

Nei giorni 24, 25 e 26 maggio si è tenuta la XII edizione delle Giornate di Paleontologia organizzate dalla Società Paleontologica Italiana. Si tratta di un evento che ogni anno riunisce i membri della società e in cui vengono presentati, sotto forma di comunicazione orale o di poster, i risultati della ricerca svolta dalla comunità paleontologica italiana.

Il convegno di quest’anno è stato organizzato dall’Università di Catania, che ha ospitato i partecipanti nella sua sede di Corso Italia presso l’aula magna del Palazzo delle Scienze, e Scienzafacile era presente con una piccola delegazione, rappresentata da chi scrive come semplice uditore, e dall’amico e co-collaboratore del blog Davide Bertè che ha presentato una comunicazione sui resti di Canis etruscus dal sito villafranchiano di Pantalla (Perugia) e un poster sulla fauna a mammiferi del Galeriano rinvenuta nella grotta del Cerè presso Ceredo (Verona).

La prima giornata di convegno è stata interamente dedicata alle comunicazioni orali, che hanno toccato numerosi argomenti: foraminiferi, brachiopodi, mammiferi, tracce fossili di ogni tipo (fra cui ben tre presentazioni dedicate ai tetrapodi mesozoici che il sottoscritto ha particolarmente apprezzato), e vari studi paleoecologici riguardanti foraminiferi, molluschi, briozoi e altri organismi.

Davide Bertè

Davide Bertè

Durante la pausa pranzo il convegno si è poi spostato all’orto botanico di Catania dove il direttore, oltre a offrire un ricco buffet, ha guidato una breve ma interessante visita alla struttura. L’orto ospita molte varietà di piante, riunite in base all’affinità tassonomica sia in aiuole all’aperto che all’interno della serra climatizzata. Degni di nota sono gli allestimenti dei vari ambienti tipici del paesaggio siciliano (macchia mediterranea, duna, acquitrino e così via) popolati dalle specie vegetali tipiche dell’isola, con il pregio di riunire in un’area ridotta le differenti associazioni osservabili in Sicilia.

Dopo la sessione pomeridiana di comunicazioni, la prima giornata di convegno si è degnamente conclusa con la cena sociale tenuta in uno dei molti ristoranti del centro di Catania.

Nella giornata di venerdì si è tenuta l’escursione, che ha toccato due località in provincia di Messina. La prima meta è stata il sito di Acquedolci, dove sono stati studiati tre depositi a vertebrati terrestri del Pleistocene. Il più antico è un deposito a Hippopotamus pentlandi, una specie di ippopotamo endemica della Sicilia, databile al cosiddetto Complesso Faunistico a Elephas mnaidriensis, uno dei cinque complessi faunistici a vertebrati pleistocenici riconosciuti in Sicilia che corrisponde al tardo Pleistocene medio, circa 350.000 anni fa. Peculiarità del deposito, accumulatosi al fondo di un bacino lacustre ai piedi di una falesia di calcari giurassici, è che i resti sono stati conservati in situ, protetti dalle intemperie per mezzo di coperture trasparenti che ne permettono l’osservazione.

Gli altri due depositi di Acquedolci sono più recenti, e si trovano nella grotta di San Teodoro che si apre alcune decine di metri più in alto rispetto al deposito a ippopotami. Dei due depositi, il più antico è datato al Complesso Faunistico di Grotta San Teodoro – Pianetti (definito proprio grazie all’associazione rinvenuta nella grotta), e contiene resti dei grandi mammiferi endemici della Sicilia, tra cui Palaeoloxodon mnaidriensis, Bos primigenius siciliae, Equus hydruntinus e Crocuta crocuta speleaea. Quest’ultimo taxon in particolare, che altri non è se non la iena, è di particolare importanza poiché è stato il principale responsabile del trasporto e dell’accumulo delle ossa nel deposito, come indicano i segni lasciati su molti dei resti di grandi mammiferi rinvenuti nella grotta.

Sono noti anche resti di micromammiferi, importanti perché testimoniano la sostituzione della fauna endemica da parte di taxa continentali come l’arvicola e il riccio.

Il più recente dei tre depositi comprende resti umani appartenuti a sette individui, attualmente conservati presso i musei di Palermo, Firenze e Milano. Sei individui giacevano in uno strato argilloso sotto a un livello di ocra rossa, mentre il settimo e’ stato rinvenuto nel prosegui la lettura…